Quando la bigenitorialità è violata: l’ordinanza n. 20033/2026 della Cassazione conferma l’affidamento esclusivo come rimedio alle condotte alienanti
25 giugno 2026


L’ordinanza n. 20033 del 15 giugno 2026 della Prima Sezione civile della Corte di Cassazione offre un passaggio molto significativo sull’evoluzione della giurisprudenza in tema di bigenitorialità e di condotte di alienazione parentale, specie nei contesti di alta conflittualità.

Il caso nasce da una separazione coniugale caratterizzata da una forte contrapposizione tra i genitori in ordine all’affidamento di due figli, uno dei quali divenuto maggiorenne nel corso del giudizio. La Corte d’appello di Catania, riformando la decisione di primo grado, aveva disposto l’affidamento esclusivo di entrambi i figli al padre, limitando la responsabilità genitoriale della madre, sospendendo temporaneamente gli incontri madre‑figlio e rideterminando gli aspetti economici, con revoca dell’assegno in favore della moglie


La Cassazione conferma l’impianto della decisione di merito.

Gli Ermellini ribadiscono innanzitutto con forza che il principio di bigenitorialità rappresenta la regola dell’ordinamento, mentre l’affidamento esclusivo costituisce eccezione ammissibile solo quando l’affidamento condiviso si riveli concretamente contrario all’interesse del minore. Tale contrarietà deve emergere da un accertamento rigoroso, fondato su fatti specifici, gravi, precisi e concordanti, e non può mai essere presunta in base a mere contrapposizioni tra i genitori.


In questa prospettiva, la bigenitorialità viene letta non come un astratto principio paritario tra adulti, ma come diritto fondamentale del figlio a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, nonché a ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi. La Corte richiama espressamente la giurisprudenza della Corte EDU, che impone agli Stati l’adozione di misure effettive, tempestive e proporzionate per preservare e ricostruire i legami familiari, sanzionando le inerzie e le omissioni che di fatto conducano a una rottura ingiustificata del rapporto con uno dei genitori.


All’interno di questo quadro, la decisione assume particolare rilievo per come affronta le condotte che integrano, di fatto, un processo di alienazione parentale, pur senza fare ricorso a etichette diagnostiche controverse. La Corte valorizza le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio e delle relazioni dei servizi sociali, che descrivono un rapporto madre‑figlio connotato da forte simbiosi, possessività, dinamiche manipolatorie e strumentalizzazione del minore nel conflitto con l’altro genitore.


Emergono, in particolare, condotte materne di sistematico ostacolo alla relazione padre‑figlio, la tendenza a svalutare la figura paterna, l’esposizione del minore al contenzioso giudiziario e persino mediatico, nonché profili di negligenza sul piano scolastico e sanitario. È proprio questa combinazione di comportamenti a essere letta dalla Corte come gravemente pregiudizievole per lo sviluppo equilibrato del minore e incompatibile con il principio di bigenitorialità, perché orientata a recidere – nella realtà – il legame con l’altro genitore.


La Cassazione sottolinea che, in simili situazioni, il giudice di merito non solo può, ma deve adottare misure incisive, anche drastiche, purché adeguatamente motivate e proporzionate, per rimuovere l’ostacolo alla relazione con il genitore rifiutato e ristabilire, per quanto possibile, un contesto conforme alla bigenitorialità. In questo senso si giustifica l’affidamento esclusivo al padre, accompagnato da una temporanea sospensione degli incontri con la madre, funzionale non a “punire” il genitore collocatario, ma a proteggere il minore da ulteriori condizionamenti e a consentire un riequilibrio relazionale.

Le doglianze della madre, incentrate sulla contestazione della consulenza tecnica, sulla valutazione delle prove e sulle modalità di ascolto del minore, vengono giudicate inammissibili in sede di legittimità, perché volte a ottenere una rivalutazione del merito non consentita in Cassazione. La Corte ricorda che l’accertamento delle condotte genitoriali, della loro incidenza sul benessere psicologico del figlio e della sussistenza di dinamiche alienanti rientra nella discrezionalità valutativa del giudice di merito, purché l’iter argomentativo sia logico e sorretto da adeguata motivazione.


Nel complesso, l’ordinanza n. 20033/2026 si segnala per almeno tre profili di interesse operativo per l’avvocato di famiglia: in primo luogo, riafferma con chiarezza che la bigenitorialità è un diritto del minore e non un semplice equilibrio formale tra genitori, con conseguente dovere del giudice di reagire alle condotte che lo comprimono; in secondo luogo, offre una traccia motivazionale per affrontare, sul piano processuale, i casi di alienazione parentale, privilegiando la descrizione concreta delle condotte e dei loro effetti, più che il ricorso a categorie diagnostiche astratte; infine, conferma la centralità delle risultanze tecniche e dei servizi sociali, nonché la necessità di strategie difensive fondate su elementi oggettivi e documentati.

Autore: Alberto Brait 9 giugno 2026
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 Molti genitori che si separano credono che l'affidamento condiviso imponga automaticamente una divisione uguale dei giorni trascorsi con i figli. Un'ordinanza recente della Corte di Cassazione chiarisce, ancora una volta, che non è così. L'affidamento condiviso è oggi la forma ordinaria di affidamento nel nostro ordinamento: salvo situazioni particolari, i figli vengono affidati a entrambi i genitori, che continuano ad esercitare congiuntamente la responsabilità genitoriale. Ciò significa che le decisioni più rilevanti per la vita del figlio — scuola, salute, attività, scelte educative — devono essere prese di comune accordo, e che entrambi devono essere presenti, in modo stabile, nella sua crescita. Affidamento condiviso e collocamento paritario sono però concetti distinti. Nella pratica, anche quando il figlio è affidato a entrambi, il giudice — o i genitori nell'accordo — individua di norma un genitore presso cui il minore vive per la maggior parte del tempo: il cosiddetto genitore collocatario. L'altro genitore avrà tempi di frequentazione definiti con precisione (pomeriggi infrasettimanali, fine settimana alternati, vacanze), ma non è affatto necessario che il calendario sia diviso esattamente a metà. Con l'ordinanza n. 25403 del 16 settembre 2025, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio di grande rilievo pratico: l'affidamento condiviso non comporta automaticamente una ripartizione paritaria dei tempi di vita del minore con ciascun genitore. Il caso riguardava una coppia non coniugata e una bambina di neppure 2 anni. Il Tribunale di Roma aveva disposto l'affidamento condiviso con collocamento prevalente presso la madre; il padre aveva impugnato la decisione chiedendo un regime paritario, lamentando la violazione del principio di bigenitorialità. La Corte d'Appello prima, e la Cassazione poi, hanno respinto le sue istanze, chiarendo che il giudice può legittimamente discostarsi dalla ripartizione paritaria dei tempi qualora questa non corrisponda al superiore interesse del minore, tenuto conto della sua età, della sua storia familiare e dell'ambiente in cui è cresciuto. Nel caso in esame, la bambina aveva meno di due anni. La Corte ha ritenuto che sradicarla dall'ambiente in cui era sempre vissuta con la madre avrebbe potuto comprometterne la stabilità psicologica, indipendentemente dall'adeguatezza del padre — riconosciuto genitore capace e affettuoso. La Corte d'Appello aveva del resto progressivamente ampliato i tempi di frequentazione paterni: pomeriggi infrasettimanali, week-end alterni, vacanze e festività equamente ripartite. La bigenitorialità, nella sua sostanza, era stata pienamente garantita. Questa pronuncia conferma un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità. Il genitore che chiede il collocamento paritario non può limitarsi a invocare il principio di bigenitorialità: deve dimostrare che tale soluzione corrisponde all'interesse concreto del figlio, tenuto conto della sua età, delle sue abitudini e della storia familiare. Per i bambini piccoli, la continuità del legame primario di attaccamento tende a prevalere sull'esigenza di simmetria dei tempi. Un collocamento prevalente presso uno dei genitori non lede, di per sé, il diritto dell'altro alla relazione con il figlio, purché i tempi di frequentazione siano adeguati e progressivamente calibrati sulla crescita del minore. In questo percorso, le valutazioni della consulenza tecnica d'ufficio (CTU) rivestono spesso un ruolo decisivo: il riconoscimento della qualità genitoriale di entrambi è il presupposto che consente al giudice di ampliare i tempi del genitore non collocatario. Il messaggio della Corte è netto: ciò che conta non è la simmetria aritmetica dei tempi, ma la qualità e la continuità del legame con entrambi i genitori .